E lasciate in pace il Chinglish!

Italian version of my blog post about Chinglish. Translated by Emanuela Moretto

Per un attimo provate a pensare che il New York Times abbia chiesto ai propri lettori di inviare barzellette sulle classiche oche giulive, oppure di riportare un episodio divertente che aveva per protagonista una persona di colore. Bene, adesso provate ad immaginare che a seguito della richiesta la blogosfera sia stata bombardata da messaggi e che tutti coloro che si interessano di differenze tra i sessi o tra le etnie abbiano creato un blog o abbiano mandato il proprio contributo su facebook o twitter e che persino gli studiosi nel campo improvvisamente si siano animati ed abbiano proposto analisi sul perché le sopracitate oche giulive o le persone di colore si comportino in una maniera così assurda.

In realtà, ciò non potrebbe succedere, semplicemente perché sarebbe palesemente ed oscenamente sessista o razzista. Ed infatti tiro un sospiro di sollievo che queste cose non facciano più parte della mainstream. Quindi è anche arrivato il momento di giungere allo stesso risultato dal punto di vista della diversità linguistica. Chiariamo subito una cosa: il prendersi gioco di un’altra lingua non è un gioco! Infatti non è altro che una riprova della stessa mentalità ristretta che si ritrova nelle barzellette sulla differenza tra i sessi o tra le etnie, con la piccola eccezione che mentre si considera inaccettabile l’espressione del sessimo o del razzismo, a nessuno viene in mente di eccepire qualcosa quando sono espressi dei pregiudizi a carattere linguistico.

Il New York Times ha pubblicato di recente un articolo intitolato Chinglish, ovvero ‘cinglese’, che per qualche tempo è stato anche l’articolo che ha ricevuto il numero maggiore di email-commento. La reazione da parte dei lettori è stata tale, e tale anche la circolazione di commenti nella blogosfera, che il giornale ha chiesto ai lettori di inviare immagini di “cartelli stranieri e strani”. Persino un blog accademico del campo si è offerto di illuminare i lettori dibattendo sul perché e sul percome “gli errori di traduzione dalla lingua cinese risultino in una versione inglese ridicola o addirittura incomprensibile”.

Non riscontro nessun problema nel ridicolizzare cartelli ridicoli e e dal linguaggio pomposo. Ma vedo un problema quando ci si prende gioco della lingua utilizzata nel cartello solo perché, apparentemente, non corrisponde alla norma linguistica seguita dai madrelingua.

Che il mondo intero si metta ad imparare l’inglese ed allo stesso tempo ne derivi un perenne complesso di inferiorità ha certamente senso dal punto di vista commerciale – ne è la riprova, l’industria multimiliardaria del TESOL. È un sistema aperto allo sfruttamento. È anche del tutto immorale.

L’articolo del New York Times è seguito da due errate corrige; la prima per non aver riportato in modo corretto il titolo di un lettore cinese e la seconda per aver sbagliato a scrivere il nome di un programma di software per la traduzione cinese-inglese. E allora sono l’unica a vedere l’ironia di tutto questo?

Author Ingrid Piller

Dr Ingrid Piller is Professor of Applied Linguistics at Macquarie University, Sydney, Australia. Ingrid’s research expertise is in the fields of intercultural communication, bilingual education and the sociolinguistics of language learning and multilingualism in the contexts of migration and globalization.

More posts by Ingrid Piller
  • vahid

    eccellente! Both Ingrid and Emanuela!

    With this Languageonthemove is becoming more and more multilingual.

    best,
    vahid

  • laura ficorilli

    Leggere il blog di Ingrid mi ha evocato una miriade di pensieri. Primo fra tutti il fatto che, senza nulla togliere all’attuale primato della segnaletica in Chinglish, gli italiani che parlano inglese hanno sicuramente la palma d’oro per essere da sempre il bersaglio preferito di scherzi e barzellette da parte di tutti i parlanti di lingua inglese, madre-lingua e non. Dalle prime versioni de “Il Padrino” alle piu’recenti de “I Soprano”, l’accento di mafiosa memoria ci ha accompagnato fino alle varie ‘mamma Rosa’ delle pubblicita’ dei pelati.

    Due anni fa, ad una recita di fine anno della scuola di mio figlio, mi sono ritrovata ad assistere alla solita scenetta sugli italo-siculo-australiani (apparentemente il siculo viene associato con l’italo e con l’accento) con accento risibile. da quel momento mio figlio, di anni 10, nato e cresciuto in Australia, ha cominciato a prendermi in giro per come parlo in inglese, certamente non ‘British’ ma neanche come quello della scenetta scolastica.

    Mi sono anche ricordata che, in moltissime occasioni, (inutile ceracare di ricordare luoghi e circostanze tanto sono innumerevoli), un modo per le persone appena conosciute di salutare la mia ‘italianita’ e’ stato di dire qualcosa con il tipo di accento di cui sopra.

    Bene, devo dire che ‘il pregiudizio’ se cosi’ si puo’ chiamare, funziona anche al contrario. Se entro in un ristorante e vedo sul menu’, ‘ bruscetta, spagetti bosciaiola o fungi, mi alzo e me ne vado.
    Irritante? Non piu’ di tanto. Non disperate cari cinesi, dopo un po’ ci si fa il callo!

    Laura

  • Thank you, Laura! You are right – I don’t know how often I’ve been forwarded this stupid joke about the Italian who went to Malta – received it from people who had no obvious connection to either Italy or Malta and sent to addressees like myself, who don’t have an obvious connection to Italy or Malta, either.

    Germans get their fair share of jokes, too – just think of that Berlitz ad featuring a German coast-guard who responds to a distress signal with “what are you sinking about?”

    However, I still think that there is a qualitative difference: I’m not aware that academics, teachers, travel writers or newspapers reporters devote serious attention to the quaint ways in which Italians or Germans speak English in a way they do for Chinese and Japanese ways of speaking English … interesting research topic: representations of the English of various national groups in internet humor! Any takers, get in touch 🙂